top of page
Progetto senza titolo (8).png

AGNESE

GIACOMO

26.06.2026

Dettagli

LA
CERIMONIA

QUANDO:
Venerdi, 26 Giugno 2026
Ore 15:00
DOVE:
Chiesa di San Giacomo dall'Orio
Venezia
Mappa
Progetto senza titolo (3)_edited.png
DOVE:

IL
RICEVIMENTO

Progetto senza titolo (2).png
TRANSFER

Per rendere i vostri spostamenti più fluidi e sicuri, abbiamo pensato a un servizio transfer dedicato.

Chi lo desidera potrà usufruire di un transfer con partenza da Piazzale Roma, indicativamente tra le 5:00 e le 5:30 PM, con tariffa agevolata.

I dettagli definitivi e le modalità di prenotazione verranno comunicati agli ospiti che manifesteranno interesse tramite RSVP.

ALLOGGIO

Per chi vorrà prolungare i festeggiamenti e pernottare nelle vicinanze, abbiamo il piacere di suggerire la struttura ricettiva Villa Fiorita, situata a pochi minuti dall’Abbazia del Pero.

 

È possibile prenotare direttamente tramite il sito ufficiale:

https://www.villafiorita.it/

PARTECIPA
Ti preghiamo di darci una conferma entro il 10 Aprile
LISTA NOZZE

La vostra presenza è per noi il regalo più grande.
Se desiderate accompagnarci anche nel nostro viaggio di nozze,
sarà per noi un pensiero prezioso.

GRAZIE

Lista nozze
Letture d'Amore
LETTURE D'AMORE

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”

 

Paradiso, Canto XXXIII

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige 

per misurar lo cerchio, e non ritrova, 

pensando, quel principio ond’elli indige,                    135

 

tal era io a quella vista nova: 

veder voleva come si convenne 

l’imago al cerchio e come vi s’indova;                         138

 

ma non eran da ciò le proprie penne: 

se non che la mia mente fu percossa 

da un fulgore in che sua voglia venne.                         141

 

A l’alta fantasia qui mancò possa; 

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, 

sì come rota ch’igualmente è mossa, 

 

l’amor che move il sole e l’altre stelle.                         145

“I ragazzi che si amano” 

 

Jacques Prévert

 

I ragazzi che si amano si baciano in piedi

Contro le porte della notte

E i passanti che passano li segnano a dito

Ma i ragazzi che si amano

Non ci sono per nessuno

Ed è soltanto la loro ombra

Che trema nel buio

Suscitando la rabbia dei passanti

 

La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini

la loro invidia

I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno

Loro sono altrove ben più lontano della notte

Ben più in alto del sole

Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

Simposio

 

Platone

 

Ma innanzitutto bisogna che conosciate la natura della specie umana e quali prove essa ha dovuto attraversare. Nei tempi andati, infatti, la nostra natura non era quella che è oggi, ma molto differente. Allora c’erano tra gli uomini tre generi, e non due come adesso, il maschio e la femmina. Ne esisteva un terzo, che aveva entrambi i caratteri degli altri. Il nome si è conservato sino a noi, ma il genere, quello è scomparso. Era l’ermafrodito, un essere che per la forma e il nome aveva caratteristiche sia del maschio che della femmina. Oggi non ci sono più persone di questo genere. Quanto al nome, ha tra noi un significato poco onorevole. Questi ermafroditi erano molto compatti a vedersi, e il dorso e i fianchi formavano un insieme molto arrotondato. Avevano quattro mani, quattro gambe, due volti su un collo perfettamente rotondo, ai due lati dell’unica testa. Avevano quattro orecchie, due organi per la generazione, e il resto come potete immaginare. Si muovevano camminando in posizione eretta, come noi, nel senso che volevano. E quando si mettevano a correre, facevano un po’ come gli acrobati che gettano in aria le gambe e fan le capriole: avendo otto arti su cui far leva, avanzavano rapidamente facendo la ruota. La ragione per cui c’erano tre generi è questa, che il maschio aveva la sua origine dal Sole, la femmina dalla Terra e il genere che aveva i caratteri d’entrambi dalla Luna, visto che la Luna ha i caratteri sia del Sole che della Terra.

La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l’essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea. “lo credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande. Essi si muoveranno dritti su due gambe, ma se si mostreranno ancora arroganti e non vorranno stare tranquilli, ebbene io li taglierò ancora in due, in modo che andranno su una gamba sola, come nel gioco degli otri.” Detto questo, si mise a tagliare gli uomini in due, come si tagliano le sorbe per conservarle, o come si taglia un uovo con un filo. Quando ne aveva tagliato uno, chiedeva ad Apollo di voltargli il viso e la metà del collo dalla parte del taglio, in modo che gli uomini, avendo sempre sotto gli occhi la ferita che avevano dovuto subire, fossero più tranquilli, e gli chiedeva anche di guarire il resto. Apollo voltava allora il viso e, raccogliendo d’ogni parte la pelle verso quello che oggi chiamiamo ventre, come si fa con i cordoni delle borse, faceva un nodo al centro del ventre non lasciando che un’apertura – quella che adesso chiamiamo ombelico. Quanto alle pieghe che si formavano, il dio modellava con esattezza il petto con uno strumento simile a quello che usano i sellai per spianare le grinze del cuoio. Lasciava però qualche piega, soprattutto nella regione del ventre e dell’ombelico, come ricordo della punizione subìta.Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d’inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra. E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso – sia che incontrasse l’altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo.(....)

E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d’amore gli uni per gli altri, per riformare l’unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell’uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole.

E’ per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare.

Ode della gelosia

 

Saffo 

 

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

La Traviata

 

Giuseppe Verdi

 

Un dì, felice, eterea

Mi balenaste innante

E da quel dì, tremante

Vissi d'ignoto amor

Di quell'amor, quell'amor ch'è palpito

Dell'universo, dell'universo intero

Misterioso, misterioso altero

Croce, croce e delizia

Croce e delizia, delizia al cor

Ti meriti un amore…

 

Frida Kahlo

 

Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,

con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,

con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,

in grado di mangiarsi il mondo

quando cammina accanto a te,

che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare con te,

che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi,

che non si annoi mai di leggere le tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,

che ti appoggi quando fai il ridicolo,

che rispetti il tuo essere libero,

che ti accompagni nel tuo volo,

che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazi via le bugie

che ti porti l’illusione,

il caffè

e la poesia.

Agnese: 339 1966471

Giacomo: 347 1852951

© 2035 by S.A.

bottom of page